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Chromebooks e Cloud Computing: ritorno…al passato?

Manca poco! La data fissata da Google per il lancio dei suoi Chromebooks, anche qui in Italia, è infatti fissata per il 15 giugno.

Sarà un giorno importante, non solo perché l’annuncio dell’uscita di questi nuovi dispositivi ha generato intorno a sé una grande attesa, ma anche perché, se l’esperimento messo in atto dalla casa di Mountain View avrà successo, parte del mercato dei notebook potrebbe prendere una piega totalmente diversa.

Ma cosa rende i Chromebooks così “innovativi” e così diversi da un normale computer portatile?

Partiamo dalle caratteristiche tecniche: i primi Chromebooks saranno prodotti da Samsung (serie 5) ed Acer (Acer Cromia 761).

Le specifiche in realtà sono quelle di un comune notebook di fascia medio-bassa: entrambi i prodotti sono dotati di processore dual core Intel Atom N570, 2 GB di memoria Ram, connettività wi-fi e 3G (opzionale), due porte USB 2.0 ed altri  accessori tipici della categoria. Il peso si aggirerà intorno al chilo e mezzo, la durata della batteria varierà dalle 6 (per Acer) alle 8,5 ore (per Samsung) di utilizzo continuo.

(Potete leggere la scheda tecnica nei siti: http://www.samsung.com/us/computer/chromebook/XE500C21-A01US-features per Samsung e http://www.acerchromebook.net/ per Acer)

La novità principale che potrebbe far sorgere parecchie domande agli utenti meno esperti è l’assenza di un vero e proprio hard disk; la memoria di massa di entrambi i modelli è infatti costituita da solo 16 Gb di memoria SSD. Inoltre i Chromebooks vantano tempi di accensione di soli 8 secondi. Come è possibile?

On the cloud.  In realtà non c’è da meravigliarsi leggendo questi numeri. I Chromebooks si basano fondamentalmente sul concetto di Cloud Computing. Riportando la definizione di Wikipedia:

“Con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto”.

Si tratta di un paradigma affermatosi gradualmente e che recentemente sta incontrando grande popolarità anche grazie al potenziamento della connettività Internet. E’ sostanzialmente un’inversione di tendenza rispetto al concetto di calcolo distribuito: l’elaborazione delle informazioni infatti non avviene in modo parallelo su più macchine indipendenti tra loro, ma tende sempre più ad accentrarsi sul server lasciando al client (che può essere identificato con il pc di casa nostra), il quale si collega al server per effettuare richieste (un semplice esempio è la richiesta di una pagina web), un ruolo marginale. In poche parole un fornitore mette a disposizione delle risorse che sono accessibili in remoto dal cliente, il quale può utilizzarle a vari scopi. Si può “affittare” hardware, ossia potenza di calcolo, ma anche utilizzare via web programmi e servizi residenti su uno o più server, o addirittura intere piattaforme software.

In effetti tutti noi abbiamo fatto uso di Cloud almeno una volta senza accorgercene, attraverso servizi di storage remoto (chi non ha mai usato Megaupload?)  o modificando le nostre immagini on-line piuttosto che su Photoshop a modem spento.

La tendenza è quella di potenziare i servizi accessibili via Internet e integrarli in modo da renderli fruibili anche da un’utenza aziendale. Si cerca quindi di incentivare il cliente a trasferire i propri sistemi informatizzati “sulla nuvola”, delegandone la gestione a basso livello (riparazioni, dislocamento dei server ecc.) al fornitore del servizio di Cloud.

Ciò offre vantaggi e svantaggi: il principale vantaggio è l’alleggerimento dei costi di manutenzione: utilizzando risorse di terzi, il cliente non dovrà occuparsi di upgradare l’hardware o riparare eventuali guasti; un altro vantaggio è dato dalla maggiore affidabilità del sistema dovuta all’utilizzo di architetture ridondanti: se un’applicazione crasha, verrà subito lanciata un’altra “copia” del processo pronta a sostituire la prima,  il tutto senza che il cliente debba intervenire.

Più controversa è invece la questione sicurezza. Si tratta infatti di affidare i propri dati (e se si parla di aziende la cosa acquisisce un’importanza vitale) in mano a terzi.

Vi abbiamo incuriosito? Potete approfondire facendo un giretto su http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing.

Ma torniamo ai nostri Chromebooks. Facciamoci prima una domanda: quanti di noi ormai ritengono che un pc senza connessione a Internet sia inutile? Bene, Chrome OS, il sistema operativo di Google, è un sistema open source essenzialmente basato sul browser Chrome e sul kernel Linux. Insomma, è come se avessimo a disposizione un computer sul quale è presente il solo browser! Questo già ci fa intuire che la connettività è l’elemento portante della filosofia Chromebook: se un pc senza connessione può ancora servire a qualcosa, un Chromebook senza connessione è praticamente inutile, essendo nato quasi esclusivamente per l’utilizzo di applicazioni web. Ecco quindi venire alla luce lo stretto legame con il Cloud, ed ecco anche giustificati il tempo di avvio di 8 secondi (pochi processi da caricare all’avvio in quanto il grosso del sistema si trova altrove) e l’assenza di hard disk (rimpiazzato da un servizio di storage on line). Non c’è bisogno nemmeno dell’antivirus (almeno per ora) perchè non ci sono programmi da infettare. Inoltre, poiché il vero cuore del Chromebook si trova su server, e il dispositivo funge solo da “interfaccia”, chiunque potrà accedere al proprio Chrome OS dal Cb di un amico, e ritrovare tutti i suoi dati e le sue impostazioni semplicemente attraverso un’operazione di login.

Vi abbiamo stupito? Vi stupirete ancora di più sapendo che la filosofia di Chrome OS, che sembra così innovativa, in realtà è un vero e proprio ritorno al passato, precisamente agli anni ’70-’80, quando nei sistemi informatici aziendali tutta la potenza di calcolo era concentrata in un unico supercomputer, il mainframe, e il terminale (detto “stupido”) era ridotto alla sola funzione di strumento per inviare gli input e ricevere i risultati dell’elaborazione. L’unica novità è che mentre in passato il sistema mainframe-terminale era un sistema perlopiù chiuso, oggi tutto è comunicante attraverso la Rete.

Come dire: corsi e ricorsi storici…

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma penso sia il momento di fermarsi qui. E dato che le opinioni dei consumatori valgono molto di più di qualunque elenco di specifiche tecniche per ora solamente teoriche…attendiamo i vostri commenti a partire dal 15 giugno!

Anna Di Benedetto

2 comments giugno 5th, 2011

"WiFi Direct": Nuova tecnologia per nuove esigenze!

La nuova tecnologia che ambisce a sostituire definitivamente il bluetooth!

wifi direct

Austin, Texas, October 14, 2009 - La Wifi Alliance ha annunciato il completamento di nuove specifiche per l’utilizzo dei dispositivi wifi, che permetteranno un loro uso sempre più semplice e conveniente e che potranno in breve tempo sostituire gli standard Bloutooth!

Infatti con le nuove specifiche, tali dispositivi saranno in grado di effettuare collegamenti p2p (peer to peer) tra loro, così come avviene per i dispositivi Bluetooth, senza necessità di essere collegati presso la stessa rete wireless.

Il vantaggio è la possibilità di scambiare e condividere file, come tra cellulari e smartphone ad esempio, nel raggio di 90 metri dal dispositivo e a una velocità inimmaginabile per gli standard Bluetooth! Ma non è tutto, un altro aspetto molto importante è infatti la possibilità di migrare a questa nuova tecnologia semplicemente aggiornando il firmware del nostro dispositivo, sia esso un cellulare, uno smartphone o qualsiasi altro hardware! Infatti le nuove specifiche sono retroattive, non prevedono quindi nessuna sostituzione o adattamento dei componenti.

La wifi Alliance prevede di rilasciare il nuovo standard verso metà 2010 dopo aver effettuato una lunga serie di test in fatto di vulnerabilità. Probabilmente gli effetti sul mercato saranno più che positivi in quanto tra i fautori del wifi Direct vi sono nomi come Intel, Cisco e addirittura Apple notoriamente contraria a permettere lo scambio di file tramite tecnologie p2p sui propri dispositivi!

Francesco Pizzo

Add comment ottobre 15th, 2009

Hyper-Threading sfruttata da Windows 7

logowin7

Dopo un  periodo nel quale dominavano sul mercato i processori della serie Pentium D e Core 2, la tecnologia Hyper-Threading della casa Intel ha visto il ritorno sul mercato nelle CPU Intel Core i7, ed è stata questa tecnologia ad attirare particolare attenzione nell’ultima conferenza stampa TechEd tenutasi a Los Angeles.

Infatti Bill Veghte, development Chief di Microsoft Windows, ha affermato che Microsoft, in un’intensa collaborazione con Intel, ha posto particolare attenzione nello sviluppo del nuovo sistema operativo Windows 7, lavorando a livello di core e scheduler in maniera tale da permettere l’utilizzo della tecnologia Hyper-Threading presente in alcune CPU di casa Intel tra cui il nuovo Core i7.

La tecnologia Hyper-Threading, ricordiamo, permette di suddividere ogni core fisico in più core logici raddoppiando i processi eseguibili in parallelo, tecnologia che però non è stata implementata all’interno dei processori Pentium D e Core 2 Duo perchè la si riteneva non capace di portare migliorie se abbinata ad un dual-core con pipeline corte.

Fonte: Microsoft

Dominik Patryk Podobinski

Add comment maggio 18th, 2009


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